Il lunigianese o lunense è un dialetto della lingua emiliana parlato entro i confini della Lunigiana, sub-regione divisa amministrativamente tra la Toscana e la Liguria, tra le province di Massa-Carrara e La Spezia, anche se fisicamente e storicamente vi sono ricomprese anche terre attualmente in provincia di Lucca e di Parma.
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| Lunigianese, Lunese | |
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| Parlato in | Italia |
| Regioni | Toscana, Liguria |
| Locutori | |
| Totale | circa 60.000 considerando il dato aggregato con il litorale ligure, la Val di Vara sud-orientale e le popolazioni emigrate in Italia e all'estero |
| Classifica | Non top 100 |
| Tassonomia | |
| Filogenesi | Indoeuropee Italiche Romanze Italo-occidentali Occidentali Galloiberiche Galloromanze Galloitaliche Emiliano Dialetto della Lunigiana |
| Codici di classificazione | |
| Glottolog | luni1238 (EN)
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| Linguasphere | 51-AAA-ohf
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| Manuale | |
Questo dialetto appartiene alla grande famiglia della lingua emiliana, pur avendo tutte le caratteristiche delle lingue di confine, essendo la Lunigiana una terra da sempre compressa tra montagna e mare, attraversata da varie vie di comunicazione strategiche e da dominazioni variegate. Anche l'attuale ripartizione politica lunigianese è una sorta di sintesi del contagio e delle similitudini che il dialetto locale ha subito e goduto nel corso dei secoli, con i suoi toscanismi e genovesismi, legati però al ceppo principale emiliano che caratterizza da un punto di vista sintattico e sonoro questa parlata. Presumibilmente in epoca medievale dovette esistere un unico dialetto, con piccole variazioni locali, che si parlava in tutto il territorio della Lunigiana storica, i cui confini andavano ben oltre gli angusti limiti attuali. La Lunigiana storica includeva, oltre all'attuale Lunigiana, e tutta quella che oggi è la provincia di Massa-Carrara, anche quasi tutta la provincia di Spezia fino a Deiva e si spingeva a sud, incorporando gran parte della Garfagnana e la totalità della Versilia, fino a Massarosa. Al di là dei confini, che più che altrove sono affatto indicativi di una vera differenza di tipo linguistico-culturale, il dialetto della Lunigiana appartiene alla stessa famiglia del dialetto spezzino (di tipo ligure), del dialetto carrarese (di tipo emiliano) e del dialetto massese (di tipo emiliano) dai quali è unito dalla medesima costruzione sintattica della frase, da un gran numero di vocaboli comuni e da una vicinanza geografica ineluttabile che rende tali parlate tra loro sorelle. Anzi, si può ben sostenere che le quattro parlate siano delle sub-specie di un unico dialetto parlato o comunemente compreso da circa 300.000 autoctoni e da un numero altrettanto grande, ma non specificabile, di genti di Val di Magra, di Val di Vara e dintorni emigrate in molte regioni centro-settentrionali e all'estero, le quali hanno mantenuto e coltivato dei contatti persistenti con la terra d'origine (i cosiddetti barsàn). Ciò nonostante il fatto che a livello linguistico le tre parlate di cui si tratta vengano considerate come genus differenti, facendo spesso fatica a ottenerne un riconoscimento e uno studio unitario, è legata alla atavica frammentazione politica territoriale, mai ricondotta ad unità nei circa due secoli di domini successivi al Congresso di Vienna. La cosa certa è che uno stesso modo di costruire il periodo, di cadenzare le sillabe e di pronunciare i vocaboli fondamentali e accessori alla vita di tutti i giorni è comprensibile, con leggere variabili locali, da Lerici a Sarzana a Pontremoli, da Fivizzano a Follo, da Bolano a Minucciano, da Mulazzo a Calice al Cornoviglio, da Bastremoli a Guinadi, da Iera a Giovagallo, da Sassalbo a Parana, da Camporaghena a Ceparana, da Adelano a Fiumaretta e a Montemarcello. Anche a Massa, Montignoso, nell'alta Garfagnana e sulle pendici della media Garfagnana si parlano dialetti di chiaro stampo lunigianese solo lievemente toscanizzati, così come i dialetti della Val di Vara e della riviera fino a Bonassola, in origine di tipo "lunigiano", hanno subito una certa genovesizzazione, sempre più forte procedendoi verso nord-ovest. In zona il lunigianese è indicato come dialetto ligure o toscano semplicemente perché è sempre stato detto così, per ancestrale memoria familiare e collettiva, oppure perché è il confine regionale a dettarlo. Si racconta di un contadino d'Alta Val Magra che, a inizio Novecento, di ritorno da La Spezia per la prima volta, si sentì chiedere da un compaesano: Alòra? Coma alé andà à La Speza? Ta s'è fàt capir? (Allora? Com'è andata a La Spezia? Ti sei fatto capire?) e l'altro An'go ‘ù ansùn problema. A pàrlan coma nò autri (Non ho avuto nessun problema. Parlano come noi).
L'ortografia del dialetto della Lunigiana non è mai stata prodotta in maniera sistematica. Non esiste un vocabolario ufficiale delle parole lunigianesi. Esistono invece molte opere e scritti dialettali riportati da scrittori, poeti e cultori della parlata locale che nel corso dei secoli hanno riproposto un sistema di scrittura determinato.
Le caratteristiche del dialetto della Lunigiana si possono ricondurre alle seguenti:
La struttura della frase si caratterizza per:
Mentre in italiano sono classiche consonanti fricative le lettere f, v, s (sia sorda che sonora) e il gruppo sc, nel dialetto lunigianese sono fricativi i gruppi consonantici ts, ds e dt, pronunciati con più o meno forza a seconda dell'ubicazione geografica dei vari borghi.
Es.
| fuliggine > folìdsna (pron. folìzna con zeta sorda) |
| pipistrello > nòtsal (pron. nòzal con zeta sorda) |
| lenzuolo > lantsòl (pron. lanzòl con zeta sorda) |
| cicala > tsìkala (pron. zìkala con zeta sorda) |
| scemo > tsém (pron. zém con zeta sorda o sém) |
| zoccolo > tsòkal (pron. zòkal con zeta sorda) |
| cucina > kutsìna (pron. kuzìna con zeta sorda) |
| lucciola > nìtsla (pron. nìzla con zeta sonora) |
| chiodo > dtiòd (pron. tchiòd con c sorda) |
| tetto > tédt (pron. techt con c sorda) |
| fiammifero > sofarnel (pron. sofarnel con la s stretta) |
| nocciola > nitsòla (pron. nizòla con z sorda) |
| bicchiere > bidtiér (pron. bichtièr con c stretta) |
| sbadigliare > sbadatdiar (pron. sbadatiar) |
In italiano le consonanti occlusive sono la -p, la -b, la -d, la -c, la -t e la -g gutturale. Le stesse si presentano sostanzialmente anche nel dialetto di Lunigiana con l'aggiunta del gruppo dg.
Es.
| caraffa > bròca |
| camera > kàmera |
| notaio > nodàr |
| coltello > kòltel |
| letame > aldàm |
| mercato > markà |
| famiglia > famìdgia (pron. famìgia con g sonora e stretta o famìdia) |
| moglie > modgera (pron. mogéra con g sonora e stretta o modiéra) |
| formaggio > formàdg (pron. formàg con g sonora) |
| nocciolo del frutto > garùdg (pron. garùg con g sonora) |
A seconda del borgo in cui si vive o ci si sposta è possibile incontrare una diversa traduzione di parole contenenti vocali. Gli iati corrispondono alle parole più antiche in cui il suono delle singole vocali è ancora distinto a fronte di parole più moderne la cui pronuncia vocalica diventa unica. I suoni più vetusti si possono riscontrare nel pontremolese e nei paesi d'alta valle dell'Alta e Media Lunigiana, soprattutto ad opera delle persone più anziane.
Es.
| caldo > kàud > kàld |
| corvo > kròu > kòrv |
| lepre > léuvra > lévra |
| lupo > lòu > lov |
| aprile > auvrìl > avrìl |
Le vocali del dialetto della Lunigiana sono le stesse presenti in italiano, con alcune particolarità.[Ma quali?]
La lettera a corrisponde allo stesso suono vocalico dell'ortografia italiana. Nella medio-alta Lunigiana (comuni di Villafranca, Mulazzo, Bagnone) identifica sotto forma di suffisso il genere femminile (in modo analogo all'italiano, per quanto l'utilizzo sia esteso ai sostantivi uscenti in -e, -i); il femminile plurale è reso con la desinenza -ia.
Es.:
| palo > pàl |
| maglia > madgia (pron. màgia con g sonora e stretta) |
| bella > bèla |
| belle > bèla, bèlia |
| forte (inv.) > fòrt (m.), fòrta (f.) |
| venire > agnìr |
| porcile > stabiòl |
| terrazzamento > sìdia |
| ragazza > fiòla |
| ragazze > fiòla, fiòlia |
| amica > amìga |
| amiche > amìga, amìghia |
| piccola > cìca |
| piccole > cìca, cìchia |
| finestra > fnéstra |
| finestre > fnéstra, fnéstria |
La vocale i corrisponde anch'essa allo stesso suono vocalico dell'ortografia italiana, ed è utilizzata ugualmente per formare il plurale dei termini maschili.
Es.:
| cielo > cièl |
| cieli > cièi |
| occhio > òch |
| occhi > òci |
| secchiello > skiél |
| secchielli > skiéi |
| pisello > absél |
| piselli > abséi |
| tavolino > taulìn |
| tavolini > taulìni |
| cerro > cér |
| cerri > cèri |
| zoccolo > tsòkal (pron. zòkal con la z sorda) |
| zoccoli > tsòkli |
| fucile > fusìl (pron. fuzìl con la z sorda) |
| essiccatoio > gradìl |
La lettera e può assumere una pronuncia medioalta [e] oppure mediobassa [ɛ].
È medioalta quando la e è finale di sillaba o preceduta da consonante:
Es.:
| vetro > védar |
| zecca > zékla |
| panettiere > panetér |
| dovere > dovér |
| medicare > medgàr |
| pecora > pègra |
È invece mediobassa quando si trova nella medesima sillaba e tra due consonanti.[Cosa significa? Che senso avrebbe, dato che rientra in parte nell'altra casistica sopracitata?]
Es.
| petto > pèt |
| testa > tèsta |
| coperchio > kuèrts (pron. cuérct) |
| coltello > kortèl |
| sapere > savèr |
| avere > avèr |
La vocale o può assumere una pronuncia mediobassa [ɔ] oppure medioalta [o].
La pronuncia è mediobassa quando la o è seguita da una consonante nella stessa sillaba o se si trova a inizio parola.
Es.
| malocchio > malòtc (pron. malòkt) |
| malloppo > malòk |
| scalmanato > skinkòn |
| ortica > ortìga |
La pronuncia medioalta si verifica quando la o è posizionata al termine della sillaba ed è preceduta da una consonante.
Es.
| polvere > pòura |
| povero > pòar |
| poveri > pòuri |
| raffreddore > fardòr |
| paiolo > paròl |
La vocale u ha la medesima pronuncia propria dell'italiano. Questa vocale ha una caratterizzazione peculiare a livello verbale. Difatti nelle terze persone dell'indicativo imperfetto e nei participi passati, la u è una presenza tipica del dialetto lunigianese.
Es.
| egli veniva > lù agnìu |
| egli capiva > lù capìu |
| egli parlava > lù parleu |
| egli sapeva > lù asèu |
| saputo > savù o saù |
| venuto > gnù |
| detto > dìt o dìtu o ìt |
| andato > andà o andàtu |
Come detto il plurale si forma in due maniere principali:
- in presenza di parole maschili singolari, aggiungendo la desinenza –i;
- in presenza di parole femminili singolari, aggiungendo la desinenza –ia.
Es.
| gatto > gàt > gati |
| farfalla > burbàtla > burbàtlia |
| sedia > karèa > karèia |
Vi sono poi tutta una serie di eccezioni e regole speciali di formazione del plurale.
Tutte le parole che terminano in –s, -v, -r, -t, -d al singolare maschile, formano il plurale aggiungendo semplicemente la i.
Es.
| osso > òss |
| ossi > òsi (pron. osi con la s sorda) |
Tutte le parole femminili singolari che terminano in –ia, sono invariabili al plurale.
Es.
| foglia > la fòdgia (pron. fòdia o fodgia con la g sonora e stretta) |
| foglie > la fòdgià |
Tutte le parole che terminano con suoni nasali, rimangono invariabili al plurale.
Es.
| piastrone > al piagnòn |
| piastroni > i piagnòn |
| cardine > al pitòn |
| cardini > i pitòn |
Al crou i'eu rubà da 'na fnestra 'n toc ad'formadj; asdà an zima a'na pianta, i'er lì p'r mandjarsal, quand'na gorpa la l'ha vist; l'agheu propri fama.
Na curnàçia négra l'ìva purtèe via da óna fnèstra un pcòun ed furmàj; pugèda inséma a óna piànta, l'éra pròunta per magnèrsel, quànd la vólpa la-l'ha vésta; la gh'ìva 'na fàm òrba.
Da ultimo è riportato il modenese, ossia il dialetto emiliano reputato maggiormente affine ai dialetti della provincia di Massa-Carrara, ed è evidente la notevole distanza,, seppur all'interno delle parlate gallo-italiche, del dialetto emiliano, rispetto alle parlate dell'area apuana, le quali invece presentano forti affinità al loro interno, nonostante certe diversità (soprattutto a livello d'accento).
Gli articoli determinativi del dialetto della Lunigiana sono:
Ecco alcuni esempi:
| Il babbo = al babo |
| Il pipistrello = al nòsal |
| la lucertola = la lèsna |
| il singhiozzo = al cascentìn |
| la tavola = la tàula |
| lo zucchero = al sùcar |
| lo zio = al tsìo |
| gli uccelli = i uséi |
| gli amici = i amìsi |
| le pecore = la pègria |
| le montagne = la montània |
Gli articoli indeterminativi hanno invece una traduzione:
Es.
| un fiume = an fiùm |
| un ponte = an pònt |
| uno zio = an tsio |
| uno scemo = an tsém |
| un'amica = n'amìga |
| una colla = na còla; |
I gruppi del, dello, della, si traducono con un solo termine al maschile e al femminile, come segue:
| del, dello = di |
| della = dlà |
Es.
| Sua madre ha preso dei piatti per la casa = sò mà à pià di piati par la cà |
| Dei tuoi problemi non si è interessato nessuno = di tò problemi a 'n s'è anteresà ansùn |
| La camicia della macellaia era molto vecchia = la camìsa dlà masléra a l'èra tant vedtia |
Le preposizioni dell'italiano si traducono nel modo che segue:
| di = ad (es. un litro di vino > an lìtar ad vìn) |
| a = a (es. è andato a scuola > alé andà à la scòla) |
| da = da (es. lo trovi da suo nipote > tal troa da sò nuòd) |
| in = an (es. tua moglie è in chiesa > tò modgera alé an diesa) |
| con = con (es. ha mangiato con i suoi > alà mandgia con i sò) |
| su = soar (es. prendila sulla testa > pìala soar à la tésta) |
| per = par (es. per tutti era solo una ragazzina > par tuti al'era sòl na fioléta) |
| tra = tra (es. era tra suo fratello e sua sorella > al'éra tra sò fradel e sò sorela) |
| fra = tra |
Gli aggettivi possessivi sono molto più numerosi che in italiano a causa della particolare costruzione che la frase dialettale può assumere.
| Mio, mia = prima del sostantivo al mé; la mé |
| Tuo, tua = al tò, la tò oppure toga |
| Suo, sua = al so, la so oppure soga |
| Nostro, nostra = prima del sostantivo al nostar, la nostria oppure dopo il sostantivo nostri o nostria |
| Vostra, vostra = la vostra, la vostria oppure dopo il sostantivo vostri o vostria |
| Loro = so oppure lor sia prima che dopo i sostantivi |
La sola parola casa si può accompagnare di possessivi molto atipici quali mega, toga, soga a indicare uno stretto possesso, sentito e peculiare, non attribuibile ad alcun'altra cosa o animale.
Es.
| Casa sua è sempre la più bella = Cà soga a l'è sempar la pù bela oppure La sò cà alé sempar la pù bela |
| Il mio asino non si muove mai = Al mé asan a 'n sa moa mai (l'altra strutturazione non si usa) |
| Io > Mé |
| Tu > Tè |
| Egli, Ella > Lù, Lé |
| Noi > Nò |
| Voi > Vò |
| Essi, Esse > Lor |
Modo infinito.
| infinito presente > avere > avér |
| infinito passato > avere avuto > avér'ù |
Nel modo indicativo, il dialetto lunense presenta sei degli otto tempi propri della lingua italiana. Mancano all'appello il passato remoto e il trapassato remoto.
Prendendo come base il verbo avere, sono delineabili:
| presente > io ho > mé agò |
| imperfetto > io avevo > mé aghèu |
| passato remoto > io ebbi > inesistente |
| futuro semplice > io avrò > mé agarò |
| passato prossimo > io ho avuto > mé agò‘ù |
| trapassato prossimo > io avevo avuto > mé aghèu'u |
| trapassato remoto > io ebbi avuto > inesistente |
| futuro anteriore > io avrò avuto > mé agarò'ù |
Il modo condizionale si caratterizza al:
| presente > io avrei > mé agavrés |
| passato > io avrei avuto > mé agavrés'ù |
Il modo gerundio sia al presente (avendo) che al passato (avendo avuto) esiste in forme analoghe all'italiano. Il dialetto lunense tende ad utilizzare altre strutture sintattiche.
Es.
| avendo un bambino ancora a scuola, sono andato a prenderlo = aghèu an fiòl ankòra à la scola e son andà a piàrlo |
| cosa stai leggendo? = cosa stét à lègiar? oppure cosa't'sé à dré à lègiar? |
Il modo congiuntivo, proprio di un uso più forbito della lingua dialettale, esiste ed è molto più utilizzato che non in italiano.[È usato più o meno che in italiano? Si parla sempre forbito in Lunigiana?]
| presente > che io abbia > kè mé agàbia |
| imperfetto > che io avessi > kè mé agavés |
| passato > che io abbia avuto > kè mé agàbia'ù |
| trapassato > che io avessi avuto > kè mé agavés'ù |
| gennaio > genàio o znar |
| febbraio > febràio o farvar |
| marzo > màrz |
| aprile > auvrìl o avrìl |
| maggio > màg o maz |
| giugno > giùgn o zugn |
| luglio > lùdg o lui |
| agosto > agòst |
| settembre > stémbra o stémbar |
| ottobre > otòbar od otoar |
| novembre > novémbra o novémbar |
| dicembre > dicémbra o dicémbar o dzembar |
| lunedì > lunadì |
| martedì > martadì |
| mercoledì > mercaldì |
| giovedì > gioedì |
| venerdì > venardì |
| sabato > sabdo |
| domenica > dmenga |
| 1 Un | 11 Undas | 30 Trénta |
| 2 Doi | 12 Dòdas | 40 Quarànta |
| 3 Tré | 13 Trédas | 50 Sinquànta |
| 4 Quàtar | 14 Quatòrdas | 100 Cent |
| 5 Cìnq | 15 Quìndas | 200 Dosént |
| 6 Sé | 16 Sédas | 500 Cincent |
| 7 Sét | 17 Dassét | 1000 Mila |
| 8 Ot | 18 Dasdòt | 2000 Domila |
| 9 Nòu | 19 Dasnòu | 10.000 Dèsmila |
| 10 Desi | 20 Vinti | 1.000.000 An miliòn |
Come in tutti i dialetti, sono varie le espressioni idiomatiche che si riferiscono ad aspetti concreti del vissuto quotidiano difficilmente trasponibili in altre realtà.
Ecco alcuni esempi:
| avere i brividi > avergo i bufardici |
| essere agitato/avere furia > èsar an furaia |
| rompere tutto > stribiàr tut |
| essere sciatto o estensivamente fare brutta figura > far al mandàn |
| tenere la porta socchiusa o non chiusa correttamente > agnir la porta d'badachiòn |
| mettere a posto > comdàr |
| sentire l'arrivo del vento della montagna che porta brutto tempo > asentir al bruìn |
| avere il nervoso/essere nervoso > avergo i fumi |
| stare ad origliare > astàr da'n'orchìda |
| essere un mentecatto > èsar a poar orchiòn o èsar an barigòn |
| attendere qualcuno che non arriverà o che arriverà con grave ritardo > aspetàr al tren di pouri |
| maleducato, detto sia con tono di rimprovero che simpaticamente > brut sporcòn |
| Signore, vieni a prenderci (detto con tono ironico e di disapprovazione) > buta giù na corda |
| accidenti a voi! > sacra mescoli! |
| essere vecchio decrepito > èsar an diublòn |
| essere cocciuto/testardo > èsar an pitzòn |
Esistono poi espressioni legate alla cultura contadina e all'economia del territorio della Lunigiana quali per esempio i selvi (i funghi porcini), i zuvanei (i "giovannini" sono i vermetti delle castagne), il gavaròn (il vespone, termine usato per definire uno scapolo non più giovanissimo che è solito "ronzare" intorno alle donne), il guzzin (un ragazzo), la guzarna (Clematis vitalba) ed evidentemente la lumaca che ne mangia le foglie sarà la limaca guzarna, o i bochi (le cime dei virgulti delle more che, tolta la parte esterna, si possono cucinare) .
Alcuni componimenti poetici sono opera del Col. Primo Tomellini (1899-1993) di Villafranca in Lunigiana, quale il frammento qui di seguito, dedicato a sua sorella Carmela Tomellini:
O Carmela, tnarcorda
quando ragazi, fnì la scola,
a snandeva cun la nona
a ruspar n Zervarola?
Dop aver sot ai castagni,
zira n zà e zira n là, con taschel a ras, a ras,
arturnevn strachi a cà.
Spes andevn su da Pian
arcurgir l furmentòn,
alla sera a scartuzevn
e arcuntevn la canzòn...